Passeggiare oggi nel centro storico di Varzi significa compiere un viaggio nel tempo, dove l'architettura non è un semplice scenario, ma la manifestazione fisica delle forze che hanno plasmato il borgo: il potere feudale, la ricchezza commerciale e le profonde divisioni sociali e religiose.
Il Castello Malaspina-Odetti: Simbolo Stratificato del Potere
Il simbolo indiscusso di Varzi è il suo castello, oggi noto come Malaspina-Odetti. Più che un singolo edificio, è un libro di storia scritto nella pietra. La sua architettura è visibilmente stratificata: il nucleo più antico, la fortezza difensiva originale, risale al XIII secolo, subito dopo l'istituzione del Marchesato. A questo si è aggiunto un secondo edificio nel XV secolo, e infine un terzo blocco nel 1700, che ha trasformato la rocca medievale in un palazzo signorile.
Questa evoluzione architettonica riflette perfettamente la storia di Varzi: dalla difesa militare (XIII sec.), alla transizione rinascimentale (XV sec.), fino all'opulenza matura del "paradiso fiscale" (XVIII sec.). La proprietà è rimasta nei secoli legata alla casata; oggi appartiene ai Conti Odetti, discendenti diretti dei Malaspina, che ne hanno curato il restauro.

Il Borgo Commerciale: L'Ingegneria della Via del Sale
La struttura stessa del borgo è progettata per il commercio. I caratteristici portici che fiancheggiano le vie principali non sono solo un elemento estetico: erano il cuore pulsante del mercato, luoghi dove, fino a poco tempo fa, si svolgevano traffici e commerci, permettendo ai mercanti di operare al riparo dalle intemperie.
Vie come via Maiolica, via della Scaletta e vicolo Odetti costituiscono il tessuto connettivo di questa fortezza-mercato.
Particolarmente suggestivo è il Vicolo Dietro le Mura, descritto come un vero e proprio "tunnel sopra il muro di difesa" medievale.
Questa soluzione ingegneristica unica mostra come le abitazioni e le infrastrutture difensive fossero fuse in un unico, compatto organismo urbano, protetto dalle due porte principali: Porta Soprana e Porta Sottana.
La "Guerra Fredda" Spirituale: Le Chiese dei Rossi e dei Bianchi
Le divisioni medievali non erano solo feudali, ma anche sociali, e a Varzi hanno preso la forma di una competizione architettonica e spirituale incarnata dalle due confraternite rivali.

La Chiesa dei Rossi
Situata in Via di Dentro, è così chiamata perché era la sede della Confraternita della SS. Trinità, i cui membri indossavano una caratteristica mantellina rossa. L'edificio attuale, un pregevole esempio di barocco lombardo, risale al 1636.
Al suo interno conserva opere di pregio come la statua lignea dell'Angelo Custode del 1684.
La Chiesa dei Bianchi
Sede dell'antichissima Confraternita del Gonfalone.
Significativamente, i confratelli iniziarono la costruzione del loro oratorio, anch'esso in Via di Dentro, nello stesso identico anno dei "Rossi": il 1636.

La costruzione simultanea (1636) e la prossimità fisica (entrambe sulla stessa via) di queste due chiese non è una coincidenza. È l'espressione tangibile di una "guerra fredda" sociale. Nel Seicento, con Varzi all'apice della sua prosperità economica, la ricchezza accumulata non veniva più investita in difese militari, ma nel prestigio sociale e religioso. Le due confraternite rivali usarono l'architettura come strumento di una competizione pubblica, erigendo i loro "quartier generali" uno di fronte all'altro.

Accanto a questi simboli, il tessuto del borgo è arricchito dalla Chiesa di San Germano, la parrocchiale del paese, dall'elegante Palazzo Mangini, costruito nel '700, e dall'ex Ospizio dei Pellegrini, che ricorda la funzione storica di Varzi come tappa fondamentale lungo le vie dei viandanti.
Il Capitolo più Oscuro: La Torre delle Streghe e l'Inquisizione
Ogni borgo antico possiede storie oscure, ma poche sono così documentate e drammatiche come quella che ha dato il nome alla torre più famosa di Varzi. La "Torre delle Streghe" non è un nome folkloristico, ma il memoriale di un evento storico preciso e brutale.

L'edificio in sé è una torre del XIII secolo, parte integrante del sistema difensivo originale dei Malaspina. Fin da tempi antichi, come attestato da documenti del 1320, la sua funzione principale era quella di prigione del feudo.
Ma fu nel 1464 che questa torre divenne il palcoscenico di un capitolo buio della storia dell'Inquisizione.
In quell'anno, la torre fu requisita per ospitare i prigionieri di un'imponente istruttoria per stregoneria. Vi furono rinchiuse 25 donne e anche alcuni uomini del borgo e delle valli circostanti. L'azione legale fu condotta da un personaggio specifico, l'Inquisitore Paolo Folperti, un uomo che le cronache descrivono di "rara ferocia".
L'epilogo fu tragico e plateale.
Gli accusati, bollati come "streghe confesse" dopo l'istruttoria, furono assassinati e bruciati vivi nella pubblica piazza, come monito per l'intera comunità.
Questo evento non può essere letto in modo isolato, come un semplice episodio di fanatismo religioso.
La tempistica è cruciale. Il 1464 è un anno che si colloca in un preciso vuoto di potere: i Malaspina sono al culmine della loro debolezza, frammentati e incapaci di gestire il feudo, e gli Sforza non hanno ancora preso il controllo (faranno la loro prima comparsa solo due anni dopo, nel 1466).
È altamente probabile che un evento di tale portata – una purga di massa in un piccolo borgo – sia stato usato come strumento politico in un momento di massima instabilità. L'Inquisizione potrebbe essere stata chiamata (o sfruttata) da una delle fazioni in lotta: forse dagli stessi Malaspina, in un disperato tentativo di riaffermare un'autorità ormai perduta, o forse da fazioni filo-Sforza per eliminare famiglie e poteri locali rivali, spianando la strada ai nuovi signori. Le 25 "streghe" furono, con ogni probabilità, le vittime sacrificali di una brutale transizione di potere feudale.
Oggi, questo trauma storico è stato metabolizzato e trasformato. L'episodio del 1464 è al centro delle rievocazioni storiche che animano il borgo. Associazioni locali, utilizzano questa narrazione non solo per attrarre turisti, ma anche come strumento di "ingaggio" per gli abitanti, soprattutto i più giovani. In un territorio che, come molte aree montane, lotta contro lo spopolamento e la crisi socio-economica, la rievocazione della propria storia più oscura diventa un atto di "esorcismo culturale": un modo per riprendere il controllo del passato e usarlo per costruire attivamente un futuro.